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La poesia parte
prima ancora
di sapere dove andare.
Scivola.
Sfreccia.
Frena a mano tirato
sulla parola ispirazione
(segnale stradale abusato).
Niente rime:
sono parcheggiate
in doppia fila
con il motore acceso
e l’aria colta.
Il verso corre
a piedi nudi sul foglio digitale,
inciampa in un aggettivo,
lo prende a calci
e riparte più leggero.
Qui non si descrive:
si accelera.
Qui non si spiega:
si lampeggia.
La metafora protesta
e pure la fuffa,
vuole un sindacato,
ma il ritmo la sorpassa
a destra.
La punteggiatura
è un semaforo rotto:
tutto passa
tutto suona
tutto urla “adesso”.
Il poeta?
Un meccanico distratto
che monta sillabe al contrario
e chiama errore
ciò che funziona meglio.
Questa poesia
non vuole piacere,
vuole fare rumore.
E mentre lo fa
si guarda allo specchio
e ride.
Fine.
(O forse no. Ma fa lo stesso.)